Giappone,  Storie in corso

Cold Heart in New York: Capitolo 3.2🔞

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Sempre in silenzio, Akizawa lo conduce al bagno. Kusuda è infastidito: avrebbe potuto andarci dopo aver superato i controlli di sicurezza. Ma lamentarsi per ogni piccola cosa lo avrebbe reso ancora più difficile da gestire.

“Aspetterò fuori”, dice, cercando di liberarsi dal suo braccio. Ma Akizawa lo tira invece più vicino a sé.

“Vieni con me.”

“Non sei un bambino. Puoi andare in bagno da solo.”

Akizawa si ferma e lo guarda dall’alto in basso, socchiudendo gli occhi.

“Se non vieni con me, non salirò sull’aereo.”

“Cosa…?”

“Dico sul serio. Non sto scherzando.”

E proprio così, ricorre al ricatto per trascinare Kusuda nel bagno.

Non c’è nessun altro all’interno. Akizawa lo spinge al gabinetto più lontano e lo segue, chiudendo la porta dietro di loro.

“È una follia. Che diavolo ti salta in mente?”

Rimanendo in piedi davanti alla porta, Akizawa si slaccia i jeans. Apre la cerniera e li abbassa insieme alle mutande, rivelando ciò che Kusuda ha visto tante volte prima, ora floscio e penzolante.

“Succhialo”, dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

“… Eh?” Kusuda sbatte le palpebre. “Non abbiamo tempo per questo.”

“Ho prenotato il volo delle 14:30.”

Kusuda guarda l’orologio in preda al panico. C’e ancora tempo per prendere il volo delle 13:30. Allora perché…

“Perché diavolo hai scelto quello più tardi?”

“Perché”, Akizawa alza le spalle, “sono tornato apposta. Non sarebbe uno spreco non fare qualcosa con te? Il tempo sta per scadere. Dai.”

Dà una piccola spinta con i fianchi. La scena è patetica. Kusuda distoglie lo sguardo, incapace di comprendere come qualcuno possa essere eccitato in quel momento.

“Non sono dell’umore giusto.”

All’improvviso, Akizawa sbatte il palmo della mano contro il muro.

“Perché no? Ti sei scusato, no? Hai detto che ti dispiaceva. Se ti senti in colpa, dimostralo, fai qualcosa!”

Delle voci riecheggiano nel bagno: qualcuno è entrato, forse più di una persona. Il corpo seminudo di Akizawa spicca nella cabina angusta. Kusuda lo spinge contro il muro e sibila: “Abbassa la voce.”

“Non mi importa se ci sentono.”

Non sembra che stia scherzando.

“Sai chi sei? Sei un personaggio pubblico, una celebrità!”

“Se fai quello che ti dico, non alzerò la voce. Abbiamo fatto pace, no? Quindi facciamo come sempre.”

Le sue dita sfiorano i capelli di Kusuda, e un brivido gli corre lungo la schiena. Quel tocco familiare, che un tempo gli dava conforto, ora gli fa venire la pelle d’oca.

Kusuda scuote la testa e fa un passo indietro. Akizawa mormora irritato: “Sei ancora arrabbiato? Sono io quello che ti ha perdonato, Masahiko. Non dimenticarlo.” Lo sussurra direttamente all’orecchio di Kusuda. “Ho sopportato così tanto e sono persino tornato a Tokyo solo per sentire le tue scuse… cosa vuoi ancora da me?”

Dal punto di vista di Akizawa, questa è probabilmente la sua idea di fare un’enorme concessione.

Quando Kusuda non risponde, Akizawa si avvicina, avvicinando il suo bel viso. Il segnale di un bacio imminente fa venire voglia a Kusuda di fuggire, ma rimane immobile e lascia che accada.

I baci di Akizawa sono sempre persistenti, ma oggi la sua lingua si muove ancora più lentamente, intrecciandosi più densamente del solito. Non va bene. Non riesce a concentrarsi. Si sente a disagio. Disgustato.

Sbrigati e finiscila…

Il momento si protrae, un lasso di tempo che Kusuda sopporta in silenzio, finché finalmente le loro labbra si separano. 

Akizawa, con aria soddisfatta, accarezza delicatamente le labbra bagnate di Kusuda con le dita.

“Dai, fallo qui. È da tanto che voglio che Masahiko lo faccia. Lo sapevo… nessun altro mi sembra giusto tranne te.”

Quelle parole schiette e sconsiderate lo colpiscono nel vivo. Ha già dimenticato perché Kusuda era arrabbiato? Davvero non capisce come ci si sente ad essere paragonati a qualcun altro, specialmente dal proprio partner?

Akizawa lo pressa, ripetendo con impazienza: “Dai, sbrigati, sbrigati…”

A Kusuda non piace fare sesso orale. Non gli è mai piaciuto. Fino ad ora lo ha fatto comunque, solo per amore, solo per far stare bene Akizawa. Ma ora non più. Nemmeno se qualcuno lo pagasse.

Non vuole mettere la bocca su qualcosa che è stato dentro qualcun altro. Non più.

“Masahiko… non mi ami?”

C’è una punta di sarcasmo nella voce di Akizawa. Il buon umore ritrovato grazie a quel bacio ha già cominciato a vacillare di nuovo.

Il buon senso non funziona con lui. È come un bambino che non sa come funziona il mondo.

…Kusuda cade in ginocchio, sentendosi miserabile. Quella cosa, che è stata premuta con insistenza contro la sua coscia dal momento del bacio, è già semieretta, inclinata per l’anticipazione.

La punta è già lucida di umidità, oscilla leggermente, rossa.

Mentre Kusuda esita, fissandolo, gli afferra i capelli. Il suo viso viene spinto contro il cavallo di Akizawa, che inizia a muovere i fianchi, strusciandosi contro di lui in quella posizione.

“Lo farò… Basta che la smetti…” supplica con un filo di voce.

Alla sua silenziosa supplica, la mano aggrovigliata tra i suoi capelli lo lascia andare.

Il vuoto assoluto di essere costretto a fare sesso orale in un bagno pubblico dell’aeroporto fa bruciare gli occhi a Kusuda. Lotta contro le lacrime che minacciano di sgorgare e apre la bocca.

Solo dieci, quindici minuti…

Si ripete che finirà presto, lo ripete come un mantra e prende in bocca quella cosa ormai calda e pesante, stringendola forte.

Dopo poche succhiate, si indurisce come un bastone. A quanto pare, non basta che le sue labbra lo lavorino: Akizawa preme entrambe le mani sulla testa di Kusuda e comincia a spingere violentemente i fianchi.

È la prima volta che viene trattato in modo così rude e lo shock lo lascia senza fiato. La punta gli sbatte ripetutamente contro la gola, ancora e ancora, impedendogli di respirare.

E se lo mordessi? Si chiede Kusuda. Akizawa si piegherebbe in due, contorcendosi dal dolore con le mani tra le gambe?

Quella fantasia macabra attenua il dolore della realtà che sta sopportando. Ancora sepolto nel profondo, Akizawa lancia un avvertimento.

“Sto per venire, ma non ingoiarlo.”

Dopo qualche altra spinta in fondo alla sua gola, Akizawa viene.

Il liquido tiepido schizza nella bocca di Kusuda. Ha un conato di vomito. Poi la mano sinistra di Akizawa appare davanti al suo viso.

“Sputalo qui”, ordina.

Senza opporre resistenza, Kusuda fa come gli è stato detto, espellendo il sapore amaro nel palmo della mano.

Akizawa afferra Kusuda per un braccio, tirandolo su da dove era accovacciato. Lo spinge contro la parete del bagno in modo che siano faccia a faccia, poi gli fa scivolare una mano intorno alla vita e comincia a slacciargli la cintura.

“Ehi… non dirmi che hai intenzione di farlo qui…?”

Non fa nemmeno in tempo a finire la frase che i pantaloni e le mutande gli vengono tirati giù fino alle caviglie.

“No…!”

Kusuda si contorce, opponendo resistenza con una voce poco più che un sussurro.

“Perché non vuoi?”

Nonostante abbia provato piacere a spese del dolore di Kusuda, gli occhi di Akizawa bruciano di rabbia.

“Siamo amanti, no? Allora perché odieresti fare sesso con me? Mi ami, vero?”

“Non… non in un posto come questo…”

Farlo in piedi in un bagno pubblico dell’aeroporto è animalesco, come se non fosse altro che un modo per sfogarsi. Lo odia profondamente.

“Non ti piace il bagno? Ma se possiamo essere uniti, che importanza ha il luogo? Anche tu mi ami, vero? Se lo voglio, dovresti concedermelo ogni volta che te lo chiedo. Mi ami, no?”

Non è una questione di amore o meno, non è così semplice. Quello che Kusuda odia è quanto sia crudo e insignificante fare una cosa del genere in un posto come quello. Perché Akizawa non riesce a capirlo?

“Non rendere le cose più difficili del necessario. Dai, allarga le gambe. Ti preparo io.”

Senza preavviso, delle dita gli sfiorano l’ingresso. In preda al panico, si morde forte il polso. Le pareti del bagno sono sottili: se emettesse un suono, chiunque fosse fuori avrebbe capito immediatamente cosa sta succedendo.

Lo sperma che ha sputato prima viene spalmato lungo l’ingresso e poi, senza ulteriori avvertimenti, un dito scivola dentro con una spinta umida. Tutto il suo corpo sussulta per riflesso.

“Rilassati. Una volta eri molto più morbido. Stai un po’ senza e ti irrigidisci subito. Non come le ragazze, loro sono sempre morbide, lo sai?”

Sussurra quelle parole oscene all’orecchio di Kusuda mentre gli muove il dito dentro. Fa un po’ male, forse perché non c’è abbastanza lubrificante.

Kusuda stringe i denti, pensando: Muori.

Questo bastardo… qualcuno dovrebbe ucciderlo. Adesso.

All’improvviso, la porta del bagno si spalanca.

Un uomo che sembrava uno yakuza entrò e, senza dire una parola, sparò ad Akizawa, che indietreggiò terrorizzato, tremando. Ancora mezzo nudo, con i pantaloni intorno alle caviglie, Akizawa crollò a terra, contorcendosi pietosamente. Kusuda immagina di guardare il suo corpo insanguinato e senza vita.

Il pensiero gli fa venire voglia di piangere.

Anche se un idiota come lui morisse… è patetico che io abbia ancora lacrime da versare per questo.

Il dito viene tolto via con violenza e, prima che Kusuda possa riprendersi dallo shock, qualcosa di ancora più grande e brutale viene forzato dentro.

L’intrusione acuta, la sua dimensione e il dolore lancinante di essere aperto con la forza, gli fanno inarcare violentemente la schiena.

“… Sì, Masahiko è davvero migliore di chiunque altro. Si adatta perfettamente.”

Akizawa sussurra sognante mentre lo penetra con forza ancora e ancora. 

Sentendolo muoversi dentro di sé, Kusuda non può fare a meno di chiedersi: A chi mi sta paragonando? A quell’attrice, quella che aveva definito senza mezzi termini un modo per eccitarsi?

Il suo petto gli fa male come se si stesse sciogliendo in qualcosa di denso e oscuro.

Sarebbe più facile se mi convincessi che si tratta solo di una questione fisica?

Ma il modo in cui Akizawa si muove è troppo violento per questo. Se non ci fossero emozioni coinvolte, Kusuda non pensa che avrebbe potuto sopportarlo.

Non importa quanto Akizawa lo ecciti dentro, l’eccitazione di Kusuda rimane fiacca, senza vita.

Akizawa non sembra preoccuparsi se provi qualcosa o meno: continua semplicemente a spingere, usando il suo corpo come vuole. Un tempo toccava Kusuda di più, si sporgeva in avanti. Ma ora è come se avesse completamente dimenticato quella parte.

Perché? Si chiede Kusuda.

E poi capisce, e con quella consapevolezza arriva un’ondata di umiliazione.

Le donne non hanno il pene. Non c’è bisogno di toccare nulla.

Akizawa ha dimenticato chi sta abbracciando.

In una situazione del genere… dov’è il piacere di stare con qualcuno che ami?

All’improvviso, la cosa dentro di lui viene estratta. Lo shock fa piegare le ginocchia a Kusuda.

Non c’è alcun segno che sia venuto, ma Kusuda pensa che sia finita, almeno per il momento. Si volta a guardare, solo per vedere che Akizawa è ancora completamente eretto.

Non ha indossato il preservativo. Kusuda pensa che finirà fuori, ma invece Akizawa si siede sul water e si dà una pacca sulle ginocchia.

“Vieni a sederti qui, di fronte a me”, dice, sorridendo innocentemente. “Stare in piedi tutto il tempo è faticoso.”

Comincia a sbottonare la camicia di Kusuda, ma ben presto si spazientisce, afferra il colletto e lo tira con forza da entrambi i lati. I bottoni saltano via e si sparpagliano, scoprendo il petto di Kusuda.

Akizawa lo attira a sé, facendo scorrere la lingua lungo un capezzolo. Lecca lentamente intorno all’areola, stuzzicandola con piccoli morsi, mentre una mano scende ad accarezzare il sedere di Kusuda. Le sue dita si insinuano nell’ingresso ormai rilassato, aprendolo e stimolandolo con noncuranza. Incapace di resistere all’ondata di repulsione fisica, Kusuda si divincola.

“Hai davvero un corpo così sexy, Masahiko. Scommetto che se lavorassi in un bordello, saresti super popolare.”

Akizawa lo dice con un’espressione sognante, e Kusuda sente il petto stringersi dolorosamente. Che tipo di persona potrebbe mai sentirsi felice sentendosi dire una cosa del genere? Che tipo di amante…

“È come se fossi nato per il sesso. Mettitelo dentro.”

Non lo vuole. Non vuole niente di tutto questo. Ma se non lo facesse, non finirebbe.

“Vuoi qualcosa di grande, vero?”

La cosa che più desidera rompere… non ha altra scelta che prenderla.

Preparandosi, Kusuda solleva i fianchi e si abbassa lentamente sul membro eretto di Akizawa. Per ora, deve cedere. Deve fare tutto il necessario per soddisfarlo, solo per convincerlo a tornare a Okinawa.

“Muoviti come vuoi, divertiti con me.”

Non prova nulla. È solo dolore e disagio, quindi cosa avrebbe dovuto godersi esattamente? È una nuova forma di tortura?

Gli viene quasi da ridere.

Probabilmente Akizawa lo considera un giocattolo sessuale vivente, qualcosa che si muove da solo. E con i giocattoli non serve alcuna cura. Nessuna gentilezza.

Va bene, pensa. Se sono solo uno strumento, allora lo sarò. Spegne tutto dentro di sé.

Anche se gli fa un po’ male, inizia a muovere i fianchi con movimenti lenti e superficiali.

Poi gli dà uno schiaffo sul sedere, come se fosse un cavallo spronato a correre. Il bruciore si diffonde lentamente sulla sua pelle.

“Muoviti più forte. Non sento niente così. Non verrò se continui ad andare così piano.”

“Di solito sei molto più coinvolto di così. Riesci a sentire qualcosa là dietro muovendoti in quel modo? Solo perché abbiamo poco tempo non significa che puoi rallentare durante il sesso.”

Il suo cuore continua a congelarsi, pezzo dopo pezzo.

Con nient’altro che l’ordine di finire, Kusuda muove i fianchi meccanicamente, violentemente, solo per farla finita. Fa male. È estenuante. È soffocante. Qualcosa dentro di lui sembra allentarsi, come viti che tintinnano in una macchina che sta per cadere a pezzi. Una lacrima gli scivola giù e cade dall’angolo dell’occhio.

Akizawa si china e stringe tra le dita il pene completamente flaccido di Kusuda.

“Eh… oggi non sei nemmeno duro, ma stai piangendo. Immagino che sia così piacevole, eh? Sembra che verrai a secco.”

Anche negarlo sembra inutile.

Alla fine, Akizawa dice: “Non è ancora abbastanza” e, ancora dentro di lui, solleva Kusuda.

Con la schiena premuta contro il muro, viene penetrato da davanti, con forza e rapidità. Ogni movimento è profondo, scuotendo il suo corpo. L’attrito brucia, il dolore sboccia dentro di lui.

Il cuore di Kusuda sprofonda in qualcosa di freddo e lontano. Le sue viscere cominciano a intorpidirsi.

Quando Akizawa finalmente si ritrae, esausto e flaccido, solo allora Kusuda capisce: Akizawa è venuto.

Nel momento in cui Akizawa lo lascia andare, Kusuda non riesce a rimanere in piedi.

Non ha più forza nella vita. Si accascia contro il muro, il corpo che si piega con movimenti lenti e spezzati.

Il punto che è stato aperto con la forza e stimolato così violentemente non si richiude subito. Ciò che è stato rilasciato dentro di lui comincia a fuoriuscire, raccogliendosi sul pavimento. 

Akizawa si rimette le mutande e i jeans, vestendosi con calma.

Kusuda, spogliato della camicia, rimane lì seduto stordito, con indosso solo scarpe e calzini, quasi nudo. Guardandolo, Akizawa sorride. Luminoso. Allegro. Come se nulla fosse successo.

“Ora me ne vado.”

Akizawa si accuccia e raccoglie il berretto da venditore di giornali caduto a terra. 

Se lo mette con stile sulla testa, come se volesse sembrare figo, poi allunga la mano e sfiora con le dita la guancia di Kusuda, ancora abbattuto dalla stanchezza.

“Sembri uno che è appena stato violentato.” Dice qualcosa che gela Kusuda fino al midollo, poi ride, come se fosse tutto uno scherzo. Mentre ride, pizzica il capezzolo di Kusuda.

Un dolore sordo lo attraversa e Kusuda emette un piccolo suono involontario: “Ah.”

“Oh? Fai un piccolo rumore bisognoso come quello… stai cercando di tentarmi di nuovo? Ti senti solo ora che non sei più pieno di me? Lo vuoi di nuovo, vero?”

Sempre sorridendo, lo bacia. Poi fa scivolare le dita nel punto in cui il corpo di Kusuda sta ancora trasudando il suo desiderio.

“Ti darei di nuovo me stesso invece delle mie dita, ma non ho tempo, quindi sii paziente, ok?”

Gioca con quel punto intorpidito e troppo teso, che brucia leggermente. Kusuda geme piano, poi, altrettanto improvvisamente, le dita si ritirano.

“Sì, non va bene. Vederti così sexy mi fa venire voglia di farlo di nuovo. Me ne vado ora, ok? Perché quello che amo è Masahiko, solo Masahiko. Quindi non arrabbiarti più per cose stupide. E non ignorare più le mie chiamate. Anche se sei tu, Masahiko, la prossima volta potrei non essere così indulgente.” Poi dice un leggero “Ci vediamo” ed esce dal bagno.

Kusuda, troppo sbalordito per pensare, rimane lì seduto in stato confusionale finché non sente qualcuno entrare nel bagno. Questo lo riporta alla realtà. Si affretta a chiudere la porta a chiave.

Il suo abito e la sua biancheria intima sono ancora accartocciati accanto al water, dove gli sono stati strappati di dosso. Si è scusato anche se non era sincero, ha fatto cose che non voleva fare, tutto perché voleva assicurarsi che Akizawa tornasse a Okinawa. E in cambio, Akizawa ha fatto tutto ciò che voleva… e poi lo ha lasciato lì.

Stupro. È quella la parola che Akizawa ha usato. Ed è vero.

Non era sesso tra amanti. Non era amore. Era stupro.

Un singhiozzo gli sfugge prima che possa reprimerlo. Akizawa ha ripetuto più volte, come un mantra: “Masahiko è l’unico colpevole”. Ma non è vero. Non ha fatto nulla di male.

Lo amava, ecco perché non voleva che andasse a letto con nessun altro. Lo amava, quindi era naturale che fosse geloso. Lo amava, quindi non sopportava di essere paragonato, specialmente nel sesso. Voleva che Akizawa capisse che questa volta non aveva provato nulla. Che gli aveva fatto male. Che voleva che smettesse.

I sentimenti che prova non sono speciali o strani. Sono semplicemente… normali. Quello che chiunque avrebbe provato in una relazione, quando si è innamorati.

Allora perché non riesce a capirlo?

Le lacrime non smettono di scorrere. Si raggomitola nella cabina, piangendo, incapace di respirare per il dolore.

Perché ha dovuto fare sesso in un bagno pubblico? Perché è stato spogliato, penetrato e poi lasciato a piangere sul pavimento?

Il corpo gli fa male. Ma è il cuore che gli fa più male.

È stato trattato come un oggetto. E quello… non è il modo in cui si tratta qualcuno che si ama. Non c’era cura. Non c’era gentilezza.

… Suona un tintinnio familiare. Un messaggio.

Prende il telefono da dove è stato gettato nell’angolo della giacca. Quando vede il nome del mittente, Akizawa, il suo cuore quasi si ferma.

[Sto salendo a bordo~ È stato super eccitante farlo all’aperto in quel modo. Facciamolo di nuovo in un posto strano qualche volta! Ti chiamo stasera.]

Non appena Kusuda lo legge, capisce che è finita.

Lui proprio non capisce. Non capisce niente. Non capirà mai e poi mai il cuore di un’altra persona.

Con le dita tremanti, digita una risposta.

[Ok. Stai attento.]

Lo invia. Poi cancella immediatamente il messaggio e la sua risposta.

E poi le lacrime sgorgano, incontrollabili, come se qualcosa si fosse spezzato nel profondo.

È terrorizzato da quanto piange.

Vorrei che tutto potesse scomparire. Come quel messaggio, semplicemente svanire. Se solo tutto questo giorno potesse svanire…

Vorrei che Akizawa, che è andato a Okinawa… non tornasse mai più.

E lo pensa davvero. Con tutto il cuore.

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4 Commenti
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Kennino
Kennino
4 ore fa

Noooo… che dolore…

Patatina24
Patatina24
4 ore fa

Che grandissimo figlio…..di….. Povero Kusuda

isa
isa
3 ore fa

Devastato l’ ha devastato 😭😭😭

Lina
Lina
3 ore fa

In questi casi tutti a dire povero..

Si povero ma di cervello.

E stato anche lui a permettere tutto quello che li è successo.

Non me ne frega nulla di chi sia la persona.

Lo ha violentato è basta.

E basta proprio 😡😡😡

Altro che testimone.

Fuoco li darei

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